di Giovanni Abbatangelo

La
questione dei dati è al giorno d’oggi di grande attualità: se fino a pochi
decenni fa un gigabyte sembrava una grande quantità di informazioni, oggi
Internet “contiene” un numero incommensurabile di GB di dati,
nell'ordine dei cinquemila miliardi, e il trend non sembra destinato a
diminuire. Ogni giorno produciamo quantità eccezionali di sms, mail,
telefonate, post, immagini, video, chat e documenti che vengono inviati tramite
reti sia cablate che wireless per mezzo di dispositivi fissi e mobili capaci di
registrare le tracce delle nostre operazioni. Anche i motori
di ricerca immagazzinano i nostri “movimenti” online, mentre i sistemi di
pagamento automatizzati (caselli autostradali, POS, ecc.) conservano le tracce
dei nostri acquisti. E non dimentichiamo i social network, i quali registrano
le nostre connessioni con amici, colleghi, conoscenti, e i sistemi GPS che monitorano in tempo reale tutti i nostri spostamenti fisici.
Tenendo a mente questo scenario, non ci si può stupire del fatto che questa mole imponente di dati, se messi assieme, sono in grado di fornire una grande quantità di informazioni sull’individuo che li ha prodotti più o meno consapevolmente. Si tratta dei cosiddetti Big Data, in sostanza “grandi dati”, chiamati così per la loro dimensione e complessità, che permettono di classificare e schedare gli individui per scopi di marketing, profilazione e controllo.
Tenendo a mente questo scenario, non ci si può stupire del fatto che questa mole imponente di dati, se messi assieme, sono in grado di fornire una grande quantità di informazioni sull’individuo che li ha prodotti più o meno consapevolmente. Si tratta dei cosiddetti Big Data, in sostanza “grandi dati”, chiamati così per la loro dimensione e complessità, che permettono di classificare e schedare gli individui per scopi di marketing, profilazione e controllo.
Quali sono
gli utilizzi dei Big Data? Corriamo dei rischi dovuti alla loro pervasività?